Diario di un partigiano

Entrai in guerra nel 1939, a quel tempo ero solo un bambino ed avevo solo 16 anni. Vivevo ad Avezzano e già ad allora c'erano molte differenze tra le classi sociali, e questo portò me ed altri studenti (allora ero al liceo) a chiederci perché c'era cosi tanta differenza tra di noi, questo ci portò sempre di più a spingerci con la resistenza al fascismo. A quel tempo mio fratello Giulio e altri intellettuali furono arrestati per le loro idee, mio fratello a quel tempo aveva 20 anni e si prese 17 anni di carcere, solo per aver resistito al fascismo. Ormai capivo che qualcosa doveva succedere se non volevamo perdere la "libertà".

I fascisti avevano un grande odio verso le diverse "razze" come i nazisti. Fui testimone di questo grande odio perché un giorno nel 1939 io e dei miei amici passeggiavamo per la strada, quando vedemmo un gruppo di fascisti menare a sangue dei poveri ebrei, noi andammo dalla parte degli ebrei soprattutto perché sapevamo che gli ebrei non avevano fatto niente, era solo odio. Picchiammo i fascisti e loro scapparono, dopo gli ebrei ci ringraziarono e ci furono eternamente grati. Vedere tutta questa ingiustizia non punita e l'odio verso gli ebrei che rappresentavano una parte importante del nostro paese dato che svolgevano lavori comuni, discriminati per la loro religione, solo perché venivano chiamati "ebrei" dai fascisti e nazisti in modo dispregiativo, fu un altro motivo che io scelsi per iscrivermi al partito comunista nel 1939.

Quando mi iscrissi il mio primo ruolo nel partito comunista era di stare con un gruppo di "comunisti" come me, "matricole" in qualche modo, ed andare in giro per la città a menare i fascisti, che a loro volta menavano gente comune, fare propaganda del comunismo, e rafforzare il nostro rapporto con la capitale, che era un grande punto strategico, ma ancora la maggior parte di Roma era sovrastata dai fascisti.

L'Abruzzo era un grande punto strategico per la resistenza, dato che tutto l'Abruzzo era per la resistenza, questo ci portò tutto quello ce ci serviva per iniziare una resistenza, e cosi noi formammo le prime formazioni partigiane. Le formammo in un quartiere strategico dove la gente ci passava spesso, in un quartiere popolare dove potevamo essere difesi dai fascisti. Bruno Corbi scrisse un libro sulle prime formazioni partigiane ad Avezzano intitolato: "Scusateci Tanto". In queste prime formazioni c'ero io Dario Spallone, c'erano Bruno Corbi, Italo Sebastiani e Arnando Matilia questi quattro formarono le prime formazioni partigiane, anche con l'aiuto di un generale, Salvatori. ( N.B. I NOMI POTREBBERO ESSERE SCRITTI IN MODO ERRATO).

Fummo chiamati la Banda Marsica. Per non essere rintracciati dai fascisti e dai nazisti, noi ci scambiammo i nomi io Dario fui chiamato Persiano (c'era sempre un collegamento con il nome, o con il carattere della persona).

A quei tempi per prendere le armi, e non solo ( ad esempio viveri, stivali, tute, etc.) facevamo degli assalti notturni ai tedeschi e gli rubavamo tutte le cose a noi necessarie per continuare questa resistenza.

Noi della resistenza avevamo due compiti essenziali: Il primo era di non fare razzia, non togliere neanche un pollo ai contadini, perché loro dovevano essere in conseguenza nostri amici, e ci dovevano aiutare. Il secondo fu di aiutare i contadini dagli assalti tedeschi, cosi i tedeschi a loro volta erano più prudenti di attaccare perché sapevano che il giorno dopo avrebbero avuto le formazioni partigiane alle spalle.

Nel momento più terribile per noi, quando gli anglo-americani ci bombardavano perché vicino a noi c'era il fronte di Cassino arrivò da noi un inviato del Comitato Di Liberazione Nazionale (CLN) di Roma un signore che si faceva chiamare Giovanni, che ci portò informazioni su i GAP (Gruppi di Azione Partigiana) che si trovavano in periferia e le informazioni sulle formazioni in montagna.

Fui il primo ad avere stretti contatti con Giovanni, e Giovanni in conseguenza mi invitò a Roma per riferire tutte le cose che sapevo sulle formazioni. Ormai io e lui eravamo diventati "amici" ed arrivati a Roma lui mi disse: " Io non sono Giovanni, mi chiamo Renato Guttuso.", io avevo sentito questo nome perché era un famoso pittore della nostra epoca, ma feci finta di niente e gli dissi:

 " Che lavoro fai?"

"Il pittore." lui mi disse,

"Cosa fai, l'imbianchino?" gli dissi sarcasticamente

"No, no il pittore"

"Ah va bene."

Arrivati a Roma dopo un pò di discussioni lui mi portò a casa sua, dove sua moglie, che era molto gentile con  me mi cucinò un bel piatto di pasta, che per me era molto raro vedere. Dopo Renato mi disse:

"Guarda questi sono dei miei quadri." Puntando a dei quadri nella casa

Io gli risposi in modo deciso:

"Guarda io sapevo benissimo chi eri, pero hai fatto un errore, non dovevi dire il tuo nome, perché se i tedeschi mi avessero preso, io sapevo chi eri e avrei potuto dirglielo."

Noi dovevamo lavorare con estrema cautela, per non essere beccati dai tedeschi e dovevamo essere estremamente scrupolosi anche con i nostri amici.

Dopo a Roma fui incaricato insieme al regista Carlo Rizzali e Fabrizio Nofri di iniziare quello che poteva essere il reclutamento per la guerra di liberazione. In quell' occasione conobbi la mia futura moglie, Angelina De Lipsis, e mi dissero, che era stata in carcere all'età di 15 anni, catturata dai fascisti, perché era a favore della resistenza. Fu liberata soltanto un giorno prima della liberazione.

Subito dopo si formò un governo di liberazione nazionale, e io mi laureai come Angelina in medicina.

Dopo il fascismo si aprìun mondo nuovo, c'era liberta di parola, non c'era razzismo. Il comunismo non vinse e il fascismo fu abolito, questo portò il governo a far diventare lo stato uno stato democratico.

Dopo la guerra, fui aperto a nuove "frontiere", la mia famiglia apri un business di cliniche, e questo fu anche perché io volevo stare vicino ai lavoratori, grazie all'esperienze che avevo avuto in guerra.

L'altro episodio che mi colpì di più nella guerra, fu quando mi chiamò a casa sua mio zio, mio zio era un fascista, che aveva fatto anche la marcia su Roma, io avevo paura che era un'imboscata ma era pur sempre mio zio e andai a casa sua. Lui ridisse che il fascismo, era diventato qualcosa da disprezzare, era diventato un arma di distruzione del popolo, e un'arma di razzismo, mi disse che sapeva che ero un partigiano e mi diede armamenti pesanti dato che era un ex generale ed era molto importante. Questo episodio mi fece capire che la mia guerra per la resistenza stava avendo sempre più successo, ed ormai stavo combattendo per una buona parte del popolo.

Adesso molti anni dopo la guerra, sono ancora ringraziato dai politici per quello che ho fatto, ed in un congresso in cui sono stato invitato come veterano della guerra per festeggiare la fine della seconda guerra mondiale sono stato abbracciato da tutti i più importanti politici al mondo, ma la cosa che mi ha fatto più piacere fu vedere sventolare la bandiera italiana nella grande sala, quinta dopo Russia, America, Inghilterra e Francia.


Questa è la storia di mio nonno Dario S., che si chiama come me.

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