Il ferimento

Era un tardo pomeriggio in una zona delle Marche dove la mia famiglia era sfollata. Una staffetta di tre soldati tedeschi, in perlustrazione a cavallo, si era appostata sulla sommità di una collina, mentre una colonna di carri armati alleati si avvicinava a Valdolmo, un paesino vicino a Baruccio, dove vivevamo. Ci furono alcuni colpi di mitragliatrice sparati da uno dei carri armati e uno dei soldati tedeschi fu ferito ad un ginocchio ed il suo cavallo restò ucciso.

Mentre gli altri due soldati tedeschi fuggirono a cavallo, quello ferito, giovanissimo, biondo con gli occhi azzurri, sanguinante ma con la pistola puntata verso chiunque lo avesse ostacolato e rifiutando qualsiasi aiuto, attraversò il paese e ritornò, zoppicando, alla base.

Poco dopo cominciò il primo bombardamento verso Valdolmo che cessò con il far della sera, senza aver causato particolari danni.

La Domenica successiva, avrebbe dovuto essere un giorno di festa e per noi ragazzi (avevo 13 anni) un giorno piacevole da trascorrere tra giochi e risate. Ma non fu così.

Nelle prime ore della mattina la colonna di carri armati alleati aveva nel frattempo raggiunto Baruccio e fu avvistata dall'osservatorio tedesco. Cominciò allora un nuovo cannoneggiamento e i primi colpi di mortaio raggiunsero le case e la gente corse a ripararsi in qualsiasi luogo fosse possibile.

La mia famiglia ed io ci rifugiammo in una cantina insieme a molte altre persone, tutti conoscenti e parenti. Tutto avvenne all'improvviso. Noi stavamo già all'interno della cantina, in basso, quando con un botto tremendo, la porta del locale si spalancò, i battenti volarono via, e una pioggia di schegge incandescenti si riversò sul giovane che stava scendendo le scale e che salvò con il suo corpo la gran parte delle persone che stavano di fronte a lui. Mentre quelli che si trovavano lateralmente furono colpiti anche gravemente.

 Fui colpito anch'io. Da principio sentii come un forte pizzicotto al piede, ma poi toccandomi mi resi conto che c'era sangue  e la carne era lacerata. Fui preso e fatto uscire insieme ad altri da un pertugio aperto sulla parete che divideva due cantine. Avevano tolto due o tre mattoni e da quell'apertura uscimmo tutti, piccoli e grandi, magri e grassi, tra lamenti e grida di soccorso.

Fui messo su un'auto blindata degli alleati e tra mille traversie raggiungemmo un ospedale da campo dove mi vennero prestate le prime cure. In seguito mi vennero tolte le schegge dal piede, peraltro con un intervento da sveglio, senza anestesia. Venni ricoverato in quell'ospedale per circa venticinque giorni. Ma di questo parlerò un'altra volta.


Questa storia mi è stata raccontata da mio nonno, A. P.

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