Il giorno della paura

Sul lago di Como, nel ramo di Lecco, dove la famiglia di mia nonna Anna era sfollata durante la Seconda Guerra mondiale, i partigiani  della resistenza si nascondevano nelle varie valli che salivano dal lago. Queste valli sono la Valsassina e  la Valtellina.

Lo zio di mia nonna era capo  partigiano della Valsassina. La nonna, allora bambina, viveva a Bellano, in una grande casa alle pendici della montagna, con la Zia Antonietta e i cugini.

Ogni tanto si riceveva qualche notizia dei partigiani che si nascondevano per via dei fascisti repubblichini che occupavano il paese e i dintorni. Infatti la casa della prozia era sorvegliata. Un giorno a Bellano furono ammazzati due fascisti, i repubblichini dissero subito che ci sarebbe stata una rappresaglia: per ogni fascista morto avrebbero ucciso dieci civili. Tra questi civili vi era anche la prozia Antonietta; nel paese furono affissi  sui muri manifesti con i nomi delle venti persone che avrebbero dovuto essere fucilate. Cinque giorni prima dell'esecuzione queste persone furono messe in carcere.

 In tutta la famiglia aleggiava grande disperazione, frustrazione e terrore perché si supponeva che la rappresaglia non sarebbe finita lì

Il bisnonno Paolo, padre di mia nonna, aveva molti contatti pur essendo antifascista, con persone della fazione opposta  e cominciò ovviamente a darsi da fare per cercare di raggiungere in ogni modo qualcuno che potesse aiutare a liberare i prigionieri. Contattò i preti del collegio di dove avevano  studiato come allievi interni tre dei figli della zia Antonietta.

Il collegio era un luogo dove i preti nascondevano degli ebrei e che in quel momento appoggiavano con ogni mezzo i partigiani della resistenza. Questi preti si misero in contatto con il parroco di Bellano il quale, cercò di persuadere il prefetto, ma non ottenne alcun risultato. Il mio trisnonno, nonno di mia nonna che era amministratore dei beni Vaticani e abitava nella Santa Sede, chiese udienza al Papa sperando in un sua intercessione per i 20 prigionieri. Fino alla sera che precedette l'esecuzione, non c'erano stati segni di speranza né da parte della Chiesa né da parte dei vari contatti del bisnonno Paolo.

La disperazione delle varie famiglie e del paese tutto cresceva ogni ora, si aspettava la mattina del terribile giorno col fiato sospeso, i cittadini di Bellano passarono la notte davanti al carcere guardando in alto verso le feritoie dove i loro cari stavano soffrendo pene quante e più di loro. All'alba la porta del carcere si aprì, i  prigionieri uscirono in fila  scortati dai repubblichini, furono avviati al luogo della fucilazione, furono legati a dei pali e gli furono coperti gli occhi con bende nere e proprio nel momento in cui bendavano la prozia, in quel momento preciso arrivò l'ordine che annullava l'esecuzione. Furono tolte le bende dagli occhi delle venti persone e l'emozione fu grandissima tutto il paese si precipitò ad abbracciarli, e il parroco diede ordine di suonare le campane a festa per tutta la mattina!


Racconto del prozio Umberto e della prozia Antonietta

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