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Racconto
di E.
Era un giorno dove a casa non c'era da mangiare avevamo
finito tutto il pane. Stavamo seduti a non fare niente con
mia mamma molto preoccupata, quando alla porta arrivò
il postino con un pacco, da nostro zio, su cui c'era scritto
"frutta secca". Quando la aprimmo dentro c'era della farina
e dentro la farina in una carta tutta oleosa c'era del
guanciale. La sera facemmo una festa con crepes e frittelle.
Dopo la guerra quando rincontrammo nostro zio ci disse che
lui sapeva che dalle nostre parti c'era poco da mangiare e
voleva mandarci e cibo e aveva chiesto ad un suo amico
postino come lo poteva mandare poiché non si poteva
mandare cibo e gli aveva risposto che sopra ci avrebbe
dovuto scrivere frutta secca ma poi dentro ci poteva metter
tutto quello che voleva. I tedeschi quando io avevo 17-18 anni cercavano mano
d'opera dei giovani per ricostruire le città
distrutte in Germania. Io riuscii a scappare due volte. Una
ero nel cinema e la signora vicino a me disse: "Attento
arrivano i tedeschi!" io ero molto impaurito non sapevo cosa
fare allora la signora accanto mi disse di mettermi sotto la
sua sedia e poi mi coprì con la sua giacca. Quando i
tedeschi se ne andarono io le fui molto grato perché
se mi avessero scoperto la signora avrebbe potuto rischiare
la vita. La seconda volta fu quando stavo venendo giù
per una via i tedeschi ci circondarono (avevano chiuso ogni
via di uscita); noi entrammo nella scuola che aveva oltre
all'uscita principale una secondaria, che dava su un'altra
via; allora noi (io e due miei amici) uscimmo di là.
Secondo un mio pensiero la vita in guerra era penosa per
due motivi: si soffriva di fame e c'erano i bombardamenti.
Racconto di
N. Io non ho sofferto la fame perché mio padre era
un panettiere, allora di pane ce ne avevamo in abbondanza e
lui lo scambiava per altre cose. Un giorno mentre scendevo le scale sentii chiamare il
mio nome: era la voce di mio fratello ma lui era in guerra e
da tanto non sentivamo sue notizie. Quando andai al portone
mi accorsi che era lui, tutto ricoperto di zecche, pulci e
pidocchi. Tutte le signore del palazzo lo aiutarono a
pulirsi, e lui ci raccontò che era scappato
dall'esercito in Calabria ed era venuto a piedi fino in
Lazio e la notte aveva chiesto riparo nelle
stalle. Dopo due settimane durante l'ora del coprifuoco mia
mamma sentì bussare alla porta ed era un tedesco che
voleva entrare a prendere tutti gli uomini; mia mamma gli
disse che non c'erano uomini, ma lui disse che dopo aver
bevuto voleva fare un giro per la casa. Mio fratello, che
era malato di malaria, quando era agitato tremava e faceva
rumore. Mentre il tedesco stava bevendo, mio fratello ebbe
un attacco di malaria e mia mamma era molto preoccupata e
disse a noi (io e le mie sorelle) di tenerlo fermo. Mia
mamma gli diede tanto da bere che lui chiese di dover andare
in bagno e mia mamma lo accompagnò fuori dalla porta
e lo buttò giù per le
scale.
Racconto di
P. Nel 1943 io avevo circa 20 anni stavo partecipando ad un
corso d'istruzione, all'accademia navale di Livorno ed
eravamo in gita in un isolotto. E l'8 settembre fummo tutti
catturati dai tedeschi, ci avrebbero portati nei campi di
prigionia per lavorare. Ci imbarcarono tutti sulla
Vulcania eravamo qualche
centinaio. Arrivammo a Venezia dove prendemmo il treno. Il
treno aveva una porta scorrevole che i ferrovieri non
avevano chiuso bene per aiutarci e durante la notte io
decisi di andare via di lì. Tutti mi dicevano: "No,
no ti uccideranno, ti uccideranno". E nessuno voleva venire
con me allora io mi buttai, e mi trovavo vicino a Treviso,
mi tolsi la divisa, tornai a Venezia, e presi il treno per
Roma. Quando arrivai chiamai mio padre che non aveva notizie
di me da tanto tempo e gli dissi che ero a Roma, allora
tornai a casa. Mio padre che aveva paura che mi chiamassero
per andare in guerra mi arruolò nell'esercito del
papa che chiedeva di far guardia alla
cancelleria. Racconto breve di E.
Una mia esperienza della guerra è il bombardamento del quartiere di San Lorenzo, a Roma. Io stavo tornando dall'Università La Sapienza, il 10 aprile del '43, ero a Viale Regina Margherita. Sentii dei botti mi giro e vidi tanti lampi, la sirena era scattata e allora corsi a casa e ci rifugiammo nella cantina finché non furono passati tutti i botti. Mi ricordo che altri bombardamenti una volta avevano fatto entrare una scheggia e un cardine della finestra si era storto.
Questi sono i racconti dei miei quattro nonni.
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